venerdì 15 giugno 2012

Apollo Granforte (Legnago, 20 Luglio 1886 - Milano, 11 Giugno 1975)

  


Nacque a Legnago, nel Veronese, il 20 luglio 1886. Nel 1905 emigrò con la moglie in Argentina; dotato di una potente voce baritonale, intraprese lo studio del canto a Buenos Aires sotto la guida di G. Capocci e N. Guerrera. Nel 1913 debuttò a Rosario di Santa Fe nel ruolo di Germont ne La traviata di G. Verdi, producendosi successivamente con successo in altri teatri sudamericani. Allo scoppio della prima guerra mondiale rientrò in Italia; il suo grande debutto avvenne il 5 genn. 1922 alla Scala di Milano nel ruolo di Amfortas nel Parsifal di R. Wagner, diretto da E. Panizza.
In precedenza aveva ottenuto diverse scritture in vari teatri: nel 1917, al Costanzi di Roma, che pur tra mille difficoltà continuava la sua attività, interpretò i ruoli del Conte di Luna ne Il trovatore di Verdi (6 ottobre), e di Figaro ne Il barbiere di Siviglia di G. Rossini; il 24 dic. 1919, al teatro Eretenio di Vicenza, fu Scarpia nella Tosca pucciniana; al S. Carlo di Napoli interpretò Aida di Verdi (26 dic. 1918), I puritani di V. Bellini (25 genn. 1919), Lodoletta di P. Mascagni (7 febbr. 1919), Fedora di U. Giordano (19 febbr. 1919), Isabeau di Mascagni (3 marzo 1919), Un ballo in maschera di Verdi (15 marzo 1919), L'amico Fritz di Mascagni (22 marzo 1919); all'Arena di Verona, nella stagione 1920-21, fu il Gran Sacerdote nel Sansone e Dalila di C. Saint-Saëns; infine, al politeama Genovese cantò ne I pagliacci di R. Leoncavallo (7 sett. 1921).
Fu poi al teatro Regio di Torino, ove il 18 marzo 1922 creò il ruolo di Svarga nella prima de La figlia del re di A. Lualdi. L'anno seguente ottenne uno dei ruoli principali ne I misteri gaudiosi di N. Cattozzo alla Fenice di Venezia e al Filarmonico di Verona.
La sua voce pastosa ed espressiva, che egli seppe sempre usare con intonazione perfetta e intelligenza artistica, gli procurò subito un ampio consenso di pubblico, tanto che possiamo oggi considerare il G. uno dei baritoni più amati del tempo: fu sempre molto richiesto sia in Italia sia all'estero (tenne tournées in Australia nel 1924, con Nellie Melba, e nel 1928 con una apprezzata compagnia di canto), producendosi con sicurezza in un vasto ed eterogeneo repertorio. A Verona fu spesso apprezzato interprete wagneriano in Lohengrin, Tristano, Siegfried, Crepuscolo degli dei e Parsifal.
Il 17 sett. 1927 interpretò il Rigoletto di Verdi al teatro Ligure di Rivarolo; fu quindi impegnato al S. Carlo di Napoli in Andrea Chénier di Giordano (26 febbr. 1929), Cavalleria rusticana di P. Mascagni (7 marzo 1929) e Pagliacci. Il 22 dicembre dello stesso anno, nel ruolo di don Carlos in La forza del destino di Verdi, tornò alla Scala di Milano; e ancora il 26 genn. 1930, al teatro Regio di Torino, sostenne la parte di Gérard in Andrea Chénier.
Sebbene il suo timbro apparisse a volte piuttosto legnoso per alcune inflessioni nasali, seppe sopperire con un'eccellente tecnica raggiunta con costante studio, che gli permise di esprimersi con un fraseggio impeccabile e profondamente espressivo. Con tali premesse creò il ruolo di Menecrate nella prima rappresentazione assoluta del Nerone di Mascagni, diretta il 16 genn. 1935 dallo stesso autore alla Scala.
Il G. tornò a interpretare più volte nel corso della sua carriera e con rinnovato successo il Nerone di Mascagni: al teatro Carlo Felice di Genova (8 genn. 1936), al S. Carlo di Napoli (10 marzo 1936), al teatro dell'Opera di Roma (8 dic. 1936), alla Scala (7 apr. 1937), sempre sotto la direzione dell'autore.
Nel 1936 lo ritroviamo ancora al teatro Regio di Torino nelle vesti di Kurvenaldo del Tristano e Isotta (25 gennaio), poi al teatro Carlo Felice di Genova nel Giulio Cesare di G.F. Malipiero e, infine, al teatro dell'Opera di Roma, dove interpretò Sansone e Dalila (12 dicembre), con Ebe Stignani, e Lohengrin (26 dicembre). Nello stesso teatro tornò nel 1938, prendendo parte a varie opere: Sigfrido (27 gennaio), nel ruolo da lui più volte interpretato del Viandante, meritandosi le positive critiche de Il Messaggero (28 genn.), che riconosceva "il prezioso contributo della sua calda voce e del suo spirito interpretativo"; quindi Il crepuscolo degli dei nel ruolo di Günther (29 gennaio); Caracciolo di F. Vittadini, nella prima assoluta dell'opera (8 febbraio), creando il ruolo di Alì; Lo straniero, nel ruolo di Scedeur (19 febbraio). Ormai familiare al pubblico romano, interpretò alle Terme di Caracalla Isabeau di Mascagni, diretta dallo stesso autore (26 luglio); l'opera fu un vero trionfo sia per la straordinaria direzione, sia per i valenti interpreti. Sempre nel 1938 fu a Torino con Lucrezia di O. Respighi.
L'anno successivo fu a Genova al teatro Carlo Felice, dove interpretò L'Arlesiana di F. Cilea (9 febbr. 1939), Lo straniero (25 febbraio) e Tosca di Puccini (28 dicembre). Trascorse il 1940 e il 1941 tra Genova e Napoli, interpretando Siegfried (28 dic. 1939, accanto a Maria Caniglia e Galliano Masini), Cavalleria rusticana e Andrea Chénier (30 sett. 1941) al politeama Genovese, e Loreley di A. Catalani (27 genn. 1940) e Cavalleria rusticana (24 marzo 1940) al S. Carlo. Partecipò quindi alla prima rappresentazione di Antigone di L. Liviabella, avvenuta a Parma il 29 dic. 1942, nel ruolo di Creonte. Nel corso del secondo conflitto mondiale il G. abbandonò la carriera dedicandosi esclusivamente all'insegnamento, prima presso il teatro di Stato di Ankara, poi in quello di Praga e, infine, a Milano, dove ebbe tra gli allievi R. Ariè.
Il G. morì a Gorgonzola, presso Milano, dove si era ritirato, l'11 giugno 1975.
Discografia: nel 1930, per HMV, incise Il trovatore nel ruolo del Conte di Luna, con l'orchestra e il coro del teatro alla Scala di Milano diretti da C. Sabajno (riversamento in microsolco di un'edizione a 78 giri che ebbe successive ristampe per la EMI nel 1979 e nel 1987). Nel 1932, sempre per HMV, Otello di Verdi (Jago), con la direzione di C. Sabajno; anche in questo caso si tratta di un'edizione pionieristica nata dal riversamento in microsolco di un'edizione a 78 giri.


Apollo Granforte nel ruolo di Scarpia
   Fonti e Bibl.: Storia del teatro Regio di Torino, II, A. Basso, Il teatro della città dal 1788 al 1936, Torino 1976, p. 583; E. Paganuzzi et al., La musica a Verona, Verona 1976, pp. 350 s., 366, 404; V. Frajese, Dal Costanzi all'Opera, Roma 1978, III, pp. 108, 120 s.; IV, pp. 128, 172, 176, 178; P. Padoan, Profili di cantanti lirici veneti, Bologna 1978, pp. 54, 75-80, 142; G. Tintori, Duecento anni di teatro alla Scala. Cronologia opere-balletti-concerti 1778-1977, Bergamo 1979, pp. 61, 74, 81, 84; E. Frassoni, Due secoli di lirica a Genova, II, Genova 1980, pp. 144, 180, 231-233, 252 s., 257 s., 261 s., 270; G. Dell'Ira, Il firmamento lirico pisano, Pisa 1983, pp. 358, 380, 449; R. Schiavo, Il teatro Eretenio tra cronaca e storia, Vicenza 1983, p. 272; Il teatro di S. Carlo, II, La cronologia (1737-1987), a cura di C. Marinelli Roscioni, Napoli 1987, pp. 496 s., 528 s., 559, 574, 576; E. Leoni, Un medico e un teatro. Mezzo secolo all'Opera di Roma, Milano 1987, p. 53; Storia del teatro Regio di Torino, V, M.-Th. Bouquet - V. Gualerzi - A. Testa, Cronologie, a cura di A. Basso, Torino 1988, pp. 126, 179, 264, 489; R. Celletti, Il teatro d'opera in disco. 1950-1987, Milano 1988, pp. 963, 966, 1050, 1055; Diz. encicl. univ. della musica e dei musicisti, Le biografie, III, p. 298; The New Grove Dict. of opera, II, p. 517.

fonte da Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 58 (2002)
             Maria Carmela Di Cesare
             http://www.treccani.it/enciclopedia/apollo-granforte_(Dizionario-Biografico)/

giovedì 1 settembre 2011

Leonard Warren (New York, 21 aprile 1911 – New York, 4 marzo 1960)


Nato da famiglia ebrea di origine russa, mosse i primi passi nell'ambito musicale cantando nel coro del Radio City Music Hall, studiando nel contempo con Sidney Dietch. Con un repertorio di cinque arie d'opera e una selezione di Rigoletto, nel 1938 vinse il "Metropolitan Opera Competition of the Air", che gli permise di recarsi a Milano per ulteriori studi con Giuseppe Païs e Riccardo Picozzi. Qui conobbe la moglie Agathe, che lo portò a divenire un fervente cattolico.
Tornato negli Stati Uniti, poté debuttare al Metropolitan Opera con estratti da La traviata e Pagliacci durante un concerto nel novembre 1938, cui fece seguito, nel gennaio 1939, il ruolo di Paolo nel Simon Boccanegra, accanto a stelle come Lawrence Tibbett, Ezio Pinza, Giuseppe Martinelli ed Elisabeth Rethberg. Dopo tale esibizione firmò un contratto discografico con la RCA.
Successivamente, in seguito al declino di Lawrence Tibbett, ne prese il posto come primo baritono del teatro newyorkese, dove si esibì regolarmente fino alla morte prematura nel 1960, soprattutto nei grandi ruoli verdiani: il Conte di Luna ne Il trovatore, Germont ne La traviata, Simon Boccanegra, Renato in Un ballo in maschera, Don Carlo ne La forza del destino, Amonasro in Aida, Jago in Otello e Rigoletto, studiato con il grande baritono Giuseppe De Luca e inciso nel 1950.
Interpretò inoltre Escamillo nella Carmen, Valentin nel Faust, Barnaba ne La Gioconda, Tonio nei Pagliacci, Scarpia nella Tosca.
L'attività in Italia si limitò al Teatro alla Scala di Milano, con un non fortunatissimo Rigoletto nel 1953, a fianco di Giuseppe Di Stefano e Rosanna Carteri, e un eccellente Otello nel 1954, con Mario Del Monaco e Renata Tebaldi. Tuttavia a Roma incise Aida, La traviata, Tosca e Il trovatore con i complessi del Teatro dell'Opera, oltre a La forza del destino e La Gioconda con l'orchestra e il coro dell'Accademia di Santa Cecilia.
Nel 1958 intraprese una trionfale tournée in Russia. Nel 1959 fu protagonista di un'acclamata ripresa del Macbeth di Verdi al Metropolitan, poi trasferita su disco.
Scomparve l'anno dopo, a 48 anni, per un'emorragia cerebrale, sul palcoscenico dello stesso teatro newyorkese durante una recita della Forza del destino, mentre si accingeva ad attaccare la cabaletta che segue l'aria "Urna fatale".


Caratteristiche vocali e interpretative
Warren vantava una voce di notevole volume, talora un poco sfocata nel medium, ma eccezionalmente estesa nel registro acuto, che sapeva modulare fino a sfumature precluse a gran parte dei suoi contemporanei. Nel corso della carriera schiarì progressivamente l'emissione e affinò la linea di canto, come testimonia l'incisione del 1959 de "Il balen del suo sorriso", cesellata con una delicatezza e dominio del suono forse mai raggiunti in precedenza. Pur contando su doti attoriali limitate e su una padronanza della lingua italiana non eccelsa (non nella pronuncia, che era molto buona, ma nella capacità mnemonica, come si evidenzia nelle registrazioni dal vivo), sviluppò una cifra interpretativa estranea alla facile estroversione, conferendo grande pathos a Rigoletto, Germont e Simon Boccanegra, ma eccellendo anche nelle classiche figure di "cattivo" del repertorio baritonale come Jago, Scarpia, Tonio e Barnaba, dei quali espresse la malvagità con un fraseggio che sapeva piegarsi fino al più inquietante sussurro. Importante è anche l'interpretazione di Macbeth, di cui ha saputo evocare con notevole efficacia gli incubi ossessivi.

fonte da http://it.wikipedia.org/wiki/Leonard_Warren


Discografia
Rigoletto, con Erna Berger, Jan Peerce, Italo Tajo, Nan Merriman, dir. Renato Cellini - 1950 RCA
Il trovatore, con Jussi Bjorling, Zinka Milanov, Fedora Barbieri, Nicola Moscona, dir. Renato Cellini - 1952 RCA
Pagliacci, con Jussi Bjorling, Victoria de los Angeles, Robert Merrill, Paul Franke, dir. Renato Cellini - 1953 RCA/HMV
Aida, con Zinka Milanov, Jussi Bjorling, Fedora Barbieri, Boris Christoff, dir. Jonel Perlea - 1955 RCA
La traviata, con Rosanna Carteri, Cesare Valletti, dir. Pierre Monteux - 1956 RCA
Tosca, con Zinka Milanov, Jussi Bjorling, dir. Erich Leinsdorf - 1957 RCA
La Gioconda, con Zinka Milanov, Giuseppe Di Stefano, Rosalind Elias, Plinio Clabassi, dir. Fernando Previtali - RCA/Decca 1957
La forza del destino, con Zinka Milanov, Giuseppe Di Stefano, Giorgio Tozzi, Dino Mantovani, dir. Fernando Previtali - RCA/Decca 1958
Il trovatore, con Richard Tucker, Leontyne Price, Rosalind Elias, Giorgio Tozzi, dir. Arturo Basile - RCA 1959
Macbeth, con Leonie Rysanek, Jerome Hines, Carlo Bergonzi, dir. Erich Leinsdorf - RCA 1959




Copertina Cd del Macbeth con Leonie Rysanek diretta da Erich Leinsdorf







Titta Ruffo (Pisa, 9 giugno 1877 – Firenze, 5 luglio 1953)

Tutti gli amatori e appassionati di opera conoscono, anche solo per sentito dire, il nome di Titta Ruffo. Egli fu, non solo un grandissimo cantante (ce n’erano tanti in quell’epoca), ma anche una personalità di straordinaria consistenza anche fuori dalla scena, e quindi merita un posto tutto suo nel firmamento operistico, come si conviene a dei fuoriclasse come lui.



Titta Ruffo (o meglio Ruffo Titta) nacque il 9 giugno 1877 da un certo Oreste Titta che faceva il fabbro. Egli era evidentemente il tipico padre padrone dell’ottocento, piuttosto dispotico, visto che impose al figlio il nome del suo defunto cane da caccia. Insomma, per il nostro Ruffo non cominciò proprio bene!
L’incontro con il magico mondo dell’opera, Ruffo lo ebbe nel 1890 quando, appena tredicenne, andò con il fratello ad una delle recite di debutto di Cavalleria Rusticana.
Il nostro raccontò nelle sue memorie, come Gemma Bellincioni, la bravissima protagonista, lo commosse fino al pianto, e come lui, tornato a casa, provò a cantare con l’accompagnamento del fratello, che suonava il flauto, l’aria d’inizio "O Lola". Lì scoprì di avere un dono di Dio, una voce naturalmente bella, che, nonostante l’ora tarda, non disturbò nessuno, visto che i vicini gli gridavano "Bravo!". Fu quello, come lui stesso raccontò, il suo primo successo di cantante.
Quella folgorazione musicale rappresentò un avvenimento straordinario, perché Ruffo era maturato in un ambiente umile, ma forse allora era più facile che ciò accadesse, visto che anche le persone meno abbienti rispettavano la cultura e avevano il gusto del bello. Titta Ruffo racconta in modo davvero avvincente le sue prime vicissitudini: la sua adolescenza trascorsa a lavorare nell’officina del padre, le litigate con quest’ultimo, che come racconta lui stesso era insopportabile. E fra una lite e l’altra, le risse con i ragazzi del riformatorio e le fughe da casa, riuscì, non si sa come, ad avere le energie per studiare una cosa difficile e dispendiosa, dal punto di vista psicofisico, come il canto. Una passione, questa, che veniva alimentata involontariamente dalla presenza in casa come pensionante, di uno studente di canto, un baritono che rispondeva al nome di Oreste Benedetti (mai sentito nominare). Nello stesso periodo (1890/91), grazie al fratello Ettore studente a S. Cecilia, si presentò al Conservatorio per l’esame di ammissione alla classe di canto, che chiaramente andò bene. Ma, poi, avendo aspramente criticato i metodi "bizantini" del suo insegnante, un certo Persichini, fu cacciato e ritornò alla casa del padre. Non fu proprio un ritorno biblico, infatti, dopo l’ennesimo litigio, lasciò la sua casa per tentare la carriera artistica a Milano.
Nella sua nuova città riuscì, con una lettera di raccomandazione, ad avere lezioni gratuite presso il baritono Lelio Casini, grazie al quale, successivamente ebbe la sua prima scrittura, nel ruolo di Araldo, nel Lohengrin al Costanzi di Roma. In seguito fece una lunga gavetta nei teatri minori della Calabria dove formò il suo repertorio, che ai classici del baritono ottocentesco come Verdi, accostava quelli della giovane scuola che allora andava per la maggiore, Puccini, Leoncavallo e Giordano. Bisogna dire che il nostro affrontò il repertorio verista con la massima prudenza, ovvero con le basi del bel canto ottocentesco, e che, a differenza di numerosi suoi colleghi, anche altrettanto celebri, ne rifiutò ogni manierismo dal facile effetto, dando nobiltà di accento anche alle opere che ne sembravano prive (molti dicono che Puccini non sia nobile, ma forse non lo sono molti famosi esecutori o presunti tali).
Comunque il nome di Titta è indiscutibilmente legato ai ruoli verdiani che cantò per tutta la carriera. Ad esempio il Rigoletto, ruolo in cui debuttò nel 1900 per cantarlo fino al 1931.
La sua fama, dal 1900 al 1904, si sparse in tutta Europa culminando con una prestigiosa apparizione al Royal Opera House. In quella occasione, però, subì uno sgarbo talmente grande che nel teatro londinese non ci mise più piede. Egli doveva fare il Rigoletto, e Gilda doveva essere interpretata dalla mitica Nelly Melba (mitica quanto bisbetica ed antipatica, come compagna di lavoro, deve essere stata una disgrazia per tutti i suoi contemporanei), la quale, avendolo sentito nelle prove ed avendo paura del confronto, si rifiutò di cantare con lui, sostenendo che era troppo giovane (la scusa più idiota che abbia mai sentito), e, trincerandosi dietro questa argomentazione un po’ debole, tanto disse e tanto fece, che riuscì a farlo sostituire facendo rientrare nel ruolo di Rigoletto il maturo e raffreddato Antonio Scotti, che, appunto malato, aveva chiesto di essere sostituito da Ruffo. Questo sgarbo il nostro se lo portò legato al dito per anni, infatti, circa sedici anni più tardi, quando ormai era entrato nell’Olimpo del bel canto, si prese la rivincita. In occasione delle recite di Amleto di Thomas, al San Carlo di Napoli, quando la Melba di passaggio a Napoli e in procinto d’imbarcarsi per l’Australia, chiese al sovrintendente del San Carlo di poter prodursi in una serata nel ruolo di Ofelia accanto a Ruffo, egli rispose "Dite alla Melba che è troppo vecchia per cantare con me!".
La sua carriera cominciò a consolidarsi definitivamente nel 1904, quando fece la sua prima ed ultima stagione scaligera (32 recite). Per uno scherzo del destino non fu più chiamato successivamente alla scala, ma forse anche lui non volle tornarci: la sorte e i lutti familiari, anche violenti (l’assassinio del cognato Matteotti), lo convinsero che, dopotutto l’aria d’Italia era diventata per lui troppo pesante da respirare. Dopo la richiamata alle armi e finita la guerra (la prima), si esiliò volontariamente proseguendo la sua carriera artistica totalmente all’estero.
Il 13 dicembre 1920 interpretò la prima dell’Edipo Re di Leoncavallo, opera a lui dedicata. Dal 1921 al 1929 fu scritturato dal Metropolitan e concluse la sua carriera a New York nel biennio ‘31-’32, con alcune recite di Torca, Amleto e un concerto alla Radio City Hall con brani della Carmen. Quindi tornò in Italia e visse semidimenticato, a Firenze, fino al 5 o 6 luglio 1953, quando scomparve. Egli riposa tuttora nel cimitero monumentale di Milano, fra altri leggendari nomi dello spettacolo italiano.





Discografia

Per chi non lo ha ancora ascoltato è molto difficile capire quanta emozione possano dare ancora i suoi dischi, seppur arcaici. La voce di Titta Ruffo è una delle più fonogeniche che esistano e, anche se la tecnica di allora, forse restituisce solo un riflesso della sua voce, bisogna proprio dire che quel riflesso ruggisce ancora!
Per fortuna, della sua carriera, ci lasciano testimonianza ben 168 facciate a 78 giri, che rispecchiano in toto il suo repertorio, pur mancando di opere complete (non capisco perché, allora, quasi tutti i colossi della registrazione, Columbia, HMV, Odeon, Pathe, preferivano far registrare le opere complete a cantanti mediocri e nessuno abbia mai pensato, per esempio, a un Rigoletto con Ruffo, Caruso e Tetrazzini, allora le tre perle della Victor!).
Le prime registrazioni a noi pervenute sono del 1904 per la casa Pathe (Ruffo nelle sue memorie "La mia parabola" edito da Longanesi, parla di una seduta di registrazione nel 1897, ma a me non risulta). Queste facciate fanno l’effetto che fanno: sono registrazione arcaiche con il sottofondo stile friggitoria e con il buffissimo annuncio all’inizio del brano. Di questi dischi mi piace soltanto "Tu sola a me rimani" da Chatterton di Leoncavallo, dove lo stile del canto si adatta perfettamente alla personalità dell’artista. Ma per i primi capolavori a 78 giri, o quasi (visto che debbono essere suonati a 75!) bisogna aspettare il 1907. Il suo "Largo al factotum" è eccezionale. Nonostante l’impasto della voce, così corpulento, riesce a fare tutti i virtuosismi secondo le esigenze della partitura. Più belle ancora sono le versioni del 1912 HMV e del 1920 Victor, dove è maturato dal punto di vista espressivo, mentre quella del 1929, utilizzata per la colonna sonora di un film, tradisce qualche durezza di emissione, ed i colori vocali non sono più così cangianti.
Trascendentali, secondo me, le pagine dell’Amleto di Thomas, spettacolari, supreme facciate mai più uguagliate: "O vin discaccia la tristezza" HMV 1907, è inaudito per la precisione dell’intonazione, per le variazioni cromatiche, controllate alla perfezione, e per il meraviglioso eloquente fraseggio. Dal 1904 al 1908, incise, di questo suo cavallo di battaglia, sette facciate; peccato non esista l’opera completa. Ottimo nella Carmen HMV